Africar / 1985 - Rally D'algeria

  • Marted́, 30 Novembre 1999

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Ma chi me l'ha fatto fare? Si chiedono prima o poi tutti quelli che partecipano ad un raid africano.
Raid significa radunarsi per poi Compiere un'impresa comune, ma qui no. Nella Parigi-Dakar, il raid più pubblicizzato, o nel Rally d'Algeria o nel Rally dei Faraoni, chi corre è solo. Le tappe giornaliere raggiungono anche gli 800 km, in moto, auto, camion o side-car, e correre nel deserto comporta rischi, paure, imprevisti che fanno il fascino del raid. Un motociclista che cade nella sabbia succhiosa può anche non avere più le forze per rialzare la moto e rimanere solo per ore sotto il sole feroce, aspettando l'assistenza. Una macchina super-preparata può veder sfumare i suoi sogni di gloria contro un sasso nascosto in una duna. Una fuoristrada da 200 km/h sulla pista dura comincia a perdere pezzi di carrozzeria sfogliandosi come una cipolla, dopo migliaia di sobbalzi e scossoni. Si arriva al bivacco la sera come sopravvissuti e bisogna fare benzina e riparare il mezzo, mangiare e dormire, riposare se si può. La mattina dopo alle cinque si ricomincia. Questo è il raid.

 

AI telefono era impossibile bloccarlo, sempre in moto tra viaggi, officine, clienti, ma sapevo che al Motor Show di Bologna ci sarebbe stata una premiazione con lui presente. Sono andata, sono entrata in una saletta riservata agli aficionados e mi sono goduta un bellissimo filmato sul Rally d'Algeria che si era appena concluso, con un insperato quanto significativo quarto posto di ... eccolo, è lui, Stefano Sorghini pilota e Giovanni Bardini navigatore. Finalmente.

Giovanni Bardini navigatore a sinistra e Stefano Sorghini pilota
Il Range Rover Prototipo Aylmer di Sorghini-Bardini in corsa durante il IV Raid d'Algeria, dove si sono piazzati quarti assoluti

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Sul palco, per un veloce discorso di presentazione e congratulazioni, amichevole ed informale, un ragazzo che si presenta con non-chalance come Presidente dell'Africar Club Int'l Rally Division, il club che ha promosso ed organizzato per l'Italia il Rally d'Algeria 1984, creato cinque anni fa da una vecchia volpe del deserto, Jean Claude Bertrand. Il giovane Presidente è sempre lui, Stefano Sorghini, nato 26 anni fa a Bologna e innamorato pazzo di una terra chiamata Africa che lo ha sedotto quando, diciottenne, prese una vecchia Land Rover e girò per i paesi mediterranei. Da allora, per non staccarsi più dal suo amore, opera a tempo pieno nel campo del fuoristrada italiano e dedica le sue sere alla programmazione e all'organizzazione di raids africani per sé e per i soci del suo Club. Promuovere il raid che per durezza e selettività è secondo solo alla Parigi-Dakar non è stata impresa faci­le, i raids sono ancora terra da conquista, da scoperta per i più, ma il Raid d'Algeria ha affascinato anche i piloti più smaliziati, e nell'85 si prevede il boom.
Stefano Sorghini ha dato l'assalto alla Parigi-Dakar nel 1982, e l'anno dopo ha subito ottenuto uno smagliante 2° posto assoluto al Rally d'Islanda, 1° degli Italiani nella storia di questo raid del Nord, aspro quanto il paesaggio islandese. Nel 1983 lo si trova al Rally dei Faraoni e nel 1984 organizza una squadra ben coordinata al Muratti Adventures in Sardegna. Poi l'arrivo più significativo: 4° assoluto alla IV edizione del Rally d'Algeria, componente di punta di un'agguerrita compagine tutta italiana sotto la bandiera Africar Club. Ma è un quarto posto voluto e conquistato con una incredibile rimonta dopo una serie di problemi meccanici nella prima prova che avevano relegato Sorghini-Bardini al 26° posto.
Giovanni Bardini ha preparato e curato il Range Rover prototipo con il quale ha corso, lasciandogli solo un guscio esterno in kevlar a ricordare la sagoma originale, ma cambiandogli tutto dentro, motore, trasmissione, strumentazione, per trame una macchina da 190 km/h nel deserto. Dice, con convinzione e cognizione di causa dato che la sua ditta Aylmer Tuning si occupa da sempre di fuoristrada e di importazioni di ricambi originali Land e Range Rover, che solo una macchina così scrupolosamente preparata parte con chances di vittoria, perché il deserto algerino o egiziano o marocchino, non perdonano l'improvvisazione. E nessuno di questi due è un improvvisato, anche se corrono l'avventura inseguendo disperatamente il 4° posto quando altri avrebbero lasciato la mano. Ma i rischi fanno parte del gioco, per arrivare al traguardo bisogna saperli affrontare. La 4° edizione del Rally d'Algeria è stata dura e veloce, si è corsa su piste algerine della Parigi-Dakar, 5.000 km in undici giorni. Ha vinto il francese Sarrazin-Morin sull'or-mai famoso prototipo giallo Aro, che aveva già trionfato al Rally dei Faraoni di ottobre. Anche la piccola Citroen Visa 1000 Piste ufficiale di Cavallo-Bertrand si è comportata benissimo, lottando sempre per il primo posto, fino a quando l'ha dovuto cedere nella tappa Tit/Bordj Moktar, la tremenda prova che nel 1982 aveva fatto perdere nel deserto anche Mark Thatcher, figlio del Primo Ministro inglese. Ma anche la piccola Visa di pacifico aveva solo l'aspetto: dentro aveva un cuore da corsa.
40 auto alla partenza e solo 17 arrivate, 37 moto partite e 19 giunte al traguardo. Tutti protagonisti, comunque, ed anche l'organizzazione che ha risolto sul campo problemi logistici sorti improvvisi e malaugurati. Nonostante le sue asperità Jean-Claude Bertrand è un moderno crociato, che per arrivare al Santo Sepolcro, o allo stadio olimpico di Algeri, non esita a forzare le tappe del suo esercito, o dei suoi iscritti.
Primi nella categoria diesel e 5° assoluti altri due componenti la squadra Africar Club, Villa-Delfino su Toyota Hi-Lux alla loro prima esperienza di raids africani. Come sempre un pugno di italiani riesce a distinguersi grazie all'entusiasmo personale senza sbandieramenti da circo, anzi tra la sorpresa e l'ammirazione degli avversari, in nome del vecchio e caro sport. È un nome da tenere presente, questo Stefano Sorghini.
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A cura di Eugenia Chiodoni

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