Africar / 1985 - 4° Rally Dell'atlas

  • Marted́, 30 Novembre 1999

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 PERIODICO DEL C.P.A.E - Anno I - Numero 3

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  •  Bobbio - Penice 2006 - Un successo annunciato
  •  Valtidone 2006
  •  Raduno Trattori - Festa delle Castagne a Castello
  •  GMT, un anno di soddisfazioni
  •  Un Cessna molto particolare
  •  Ciao Carlo
  •  Rally de l’Atlas 1985
  •  Il Mercatino
Il nostro patrimonio è da custodire. Gelosamente

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Rally de l’Atlas 1985
Quando l’esperienza conta più del “manico”

L’esperienza nel mondo delle corse è fondamentale. Ti aiuta a risolvere i problemi in tempo reale, senza perder tempo. Che in questo tipo di competizioni sportive è assolutamente vitale. In fondo la storia sportiva delle quattro ruote è piena di situazioni figlie dell’esperienza e della caparbietà. Chi non ricorda il mitico Tazio Nuvolari che concluse una Mille Miglia pilotando una barchetta, rimasta senza volante, senza grossi problemi grazie a una chiave inglese? E ancora, pochi ricordano che a Sebring Mario Andretti vinse una gara con una Ferrari che stava esalando l’ultimo respiro... Anche nei rally è successo di tutto. Vi raccontiamo ora un aneddoto gustoso occorso a Giovanni Bardini durante una delle sue numerose gare rallistiche. Sono le 10 di sera al campo di Taliouine, terzo arrivo di tappa in Marocco, durante il Rallye de l’Atlas disputatosi dal 4 al 16 maggio 1985. Tutti i concorrenti sono già arrivati, ma manca un equipaggio italiano all’appello: numero 264, Sorghini-Bardini. Si sta facendo buio pesto, il vento implacabile solleva una maledetta polvere mista a sabbia che ricopre tutto quello che incontra sul suo cammino. Gli altri concorrenti italiani dicono di aver visto la Proto Aylmer, cioè la Range Rover prototipo del duo mancante, ferma in prova speciale poco dopo Zagora, ma nessuno ha capito il perché. Breve consulto tra gli organizzatori, che li danno per dispersi: partono i soccorsi. Che arrivano a Zagora e in una casa d’argilla trasformata in “albergo” trovano Stefano Sorghini e Giovanni Bardini: “Esperienza, esperienza! Un maledetto sorpasso al francese Foichat su Citroën Visa ci ha ingannato. Una roccia sporgente ha piegato la barra dello sterzo, poi è anche scoppiato un cerchio. Abbiamo perso il controllo e per evitare la scarpata abbiamo volontariamente centrato una palma. Ci siamo appoggiati su un fianco. Beh, sì, siamo scesi con qualche livido, abbiamo raddrizzato il mezzo e siamo ripartiti. Abbiamo deciso di non continuare perché non eravamo più in condizione di dare il massimo. Però il musone del Range, tutto in kevlar, ha resistito alla perfezione. Per noi questo rally è positivo proprio perché abbiamo potuto sperimentare le estreme situazioni cui si viene sottoposti in competizioni del genere. Ora sappiamo che possiamo contare su un mezzo molto valido anche sotto il profilo della sicurezza”.

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Parla un protagonista dei rally-raid
«Conta l'esperienza»
 
SONO LE 10 di sera al campo di Taliouine, terzo arrivo di tappa in Marocco, durante l'ultimo Rallye de l'Atlas. Tutti i concorrenti sono già arrivati, manca un italiano all’appello: il n. 264, l'equipaggio Sorghini-Bardini. È già buio, un vento implacabile solleva polvere e sabbia che ricopre tutto ciò che
trova, gli altri italiani ci dicono d'aver visto i due fermi in speciale poco dopo Zagora, ma nessuno sa perché. Ufficialmente dall'organizzazione sono dati per dispersi. Breve consulto tra di noi e decidiamo d'andare a riprenderli, ormai comunque sono fuori tempo massimo. Dopo una guidata estenuante arriviamo a Zagora e in una casa d'argilla trasformata in «albergo» troviamo Stefano Sorghini, il pilota, e Giovanni Bardini. preparatore e navigatore. «Esperienza, esperienza!» dicono un po' ammaccati, ma non avviliti allargando le braccia. «Un maledetto sorpasso al francese Eoichat su Visa mi ha ingannato ed una roccia sporgente ha piegato la barra dello sterzo, poi è anche scoppiato un cerchio e, fortunatamente, ci siamo potuti appoggiare ad una palmetta cresciuta li quasi per caso, altrimenti ci saremmo capottati giù nella scarpata. Non era comunque il caso di proseguire, non eravamo più in condizioni di sicurezza.
Qui avevamo portato una vettura con musone in kevlar che, incidente a parte, ha dato ottimi risultati». Il discorso è interessante, tutti sembrano eroi all'arrivo, ma un raid si vince soprattutto impostando prima della partenza un piano di assistenze che garantiscono la sicurezza dell'equipaggio e dell'auto. «Abbiamo partecipato a questo raid africano per sperimentare i mezzi e soprattutto allenare la nostra organizzazione in vista della più impegnativa Parigi-Dakar». La loro scuderia si chiama Africar Club con sede a Bologna e sta consolidandosi come organizzazione completa in grado di fornire ai propri associati non solo esperienza e passione, ma tutto un servizio di appoggio in grado di sopperire alle défaillances a cui un privato che si getti allo sbaraglio, va inevitabilmente incontro: dalla preparazione agonistica delle vetture, all'assistenza più completa in gara. Il venti-seienne Sorghini soggiunge ridendo: «Siamo l'evoluzione della specie da privati avventurieri ad avventurosi organizzati... il più professionalmente possibile».

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Parla un protagonista dei rally-raid
«Conta l'esperienza»
 
SONO LE 10 di sera al campo di Taliouine, terzo arrivo di tappa in Marocco, durante l'ultimo Rallye de l'Atlas. Tutti i concorrenti sono già arrivati, manca un italiano all’appello: il n. 264, l'equipaggio Sorghini-Bardini. È già buio, un vento implacabile solleva polvere e sabbia che ricopre tutto ciò che
trova, gli altri italiani ci dicono d'aver visto i due fermi in speciale poco dopo Zagora, ma nessuno sa perché. Ufficialmente dall'organizzazione sono dati per dispersi. Breve consulto tra di noi e decidiamo d'andare a riprenderli, ormai comunque sono fuori tempo massimo. Dopo una guidata estenuante arriviamo a Zagora e in una casa d'argilla trasformata in «albergo» troviamo Stefano Sorghini, il pilota, e Giovanni Bardini. preparatore e navigatore. «Esperienza, esperienza!» dicono un po' ammaccati, ma non avviliti allargando le braccia. «Un maledetto sorpasso al francese Eoichat su Visa mi ha ingannato ed una roccia sporgente ha piegato la barra dello sterzo, poi è anche scoppiato un cerchio e, fortunatamente, ci siamo potuti appoggiare ad una palmetta cresciuta li quasi per caso, altrimenti ci saremmo capottati giù nella scarpata. Non era comunque il caso di proseguire, non eravamo più in condizioni di sicurezza.
Qui avevamo portato una vettura con musone in kevlar che, incidente a parte, ha dato ottimi risultati». Il discorso è interessante, tutti sembrano eroi all'arrivo, ma un raid si vince soprattutto impostando prima della partenza un piano di assistenze che garantiscono la sicurezza dell'equipaggio e dell'auto. «Abbiamo partecipato a questo raid africano per sperimentare i mezzi e soprattutto allenare la nostra organizzazione in vista della più impegnativa Parigi-Dakar». La loro scuderia si chiama Africar Club con sede a Bologna e sta consolidandosi come organizzazione completa in grado di fornire ai propri associati non solo esperienza e passione, ma tutto un servizio di appoggio in grado di sopperire alle défaillances a cui un privato che si getti allo sbaraglio, va inevitabilmente incontro: dalla preparazione agonistica delle vetture, all'assistenza più completa in gara. Il venti-seienne Sorghini soggiunge ridendo: «Siamo l'evoluzione della specie da privati avventurieri ad avventurosi organizzati... il più professionalmente possibile».